Chi è l’Ingegnere Clinico e come sta cambiando il suo lavoro?

Nel corso dell’ultimo decennio, la tecnologia a disposizione delle professioni sanitarie si è molto evoluta, come sa bene chi ogni giorno opera sul campo, e con l’evoluzione degli strumenti sono mutate anche le mansioni e le responsabilità di colui il quale si è sempre occupato della manutenzione degli strumenti. Stiamo parlando dell’ingegnere clinico, figura spesso confusa con l’ingegnere biomedico, ma che svolge oggi un ruolo sempre più rilevante.

Vediamo, dunque, chi è, che mansioni ha e quali sono le ultime novità per questa professione.

Ingegnere clinico: chi è e cosa fa?

Figura poliedrica per natura, l’ingegnere clinico si occupa sì della manutenzione tecnica degli strumenti tecnologici impiegati all’interno degli ospedali, ma per poterlo fare ha bisogno di una formazione di più ampio respiro che preveda nozioni sanitarie e gestionali. Secondo la definizione dell’Associazione Italiana Ingegnere Clinici (AIIC), ci troviamo di fronte ad un “professionista che partecipa alla cura della salute, garantendo un uso sicuro, appropriato ed economico delle tecnologie nei servizi sanitari.”

Di fatto, l’ingegnere clinico è chiamato a creare un ponte tra la cura del paziente e la tecnologia, mantenendo un occhio di riguardo sulla spesa sanitaria e lavorando a stretto contatto con i professionisti del settore.

Quale differenza tra ingegnere clinico e biomedico?

Questa breve panoramica delle caratteristiche della professione dell’ingegnere clinico può portare, come spesso accade, a confonderla con un’altra figura tecnica più nota, quella dell’ingegnere biomedico. Esistono, tuttavia, alcune sfumature significative che differenziano le due professioni: il primo, infatti, è presente prevalentemente negli ospedali e laddove gli strumenti tecnologici vengono effettivamente impiegati per terapie, diagnosi ed operazioni; mentre il secondo lavora principalmente in università, laboratori ed aziende biomedicali dedicandosi allo studio e alla valutazione delle tecnologie e, oggi, sempre più a contatto con medici e anestesisti.

Si potrebbe concludere che l’ingegneria clinica rappresenta un sottoinsieme di quella biomedica: infatti, anche dal punto di vista della formazione, per accedere a questo tipo di lavoro è spesso necessario conseguire una laurea triennale in Ingegneria Biomedica per specializzarsi in clinica solo successivamente.

Come sta cambiando la professione dell’ingegnere biomedico

L’ingegnere clinico è, tra tutti, sicuramente il primo ad essere costantemente aggiornato a proposito delle nuove tecnologie applicate in ambito sanitario. Proprio per questo la digitalizzazione ha posto delle importanti sfide alla professione che, come anticipato, in questi anni sta cambiando velocemente. In quali direzioni?

L’importanza del computer

Tutte o quasi le strumentazioni più all’avanguardia sono oggi controllate e gestite attraverso dei computer, per questo motivo l’ingegneria clinica si è evoluta rendendo necessaria anche una base sostanziosa di conoscenze in ambito informatico. Oggi la manutenzione parte, nella maggior parte dei casi, direttamente in rete: l’ingegnere accede al dispositivo per la manutenzione, verifica il tipo di problema e attraverso la programmazione agisce per risolvere il problema.

Gestire le iperconnessioni

Gli apparecchi impiegati in Sanità, così come in molti altri ambiti della vita anche quotidiana, sono caratterizzati dalla connettività: elementi diversi sono spesso parte di una stessa rete, costituita da legami informatici. Ciò ha molteplici vantaggi: la possibilità di monitorare in maniera continuativa il funzionamento dei device, l’opportunità di intervenire prontamente in caso di guasto non appena occorre, l’accesso a dati statistici raccolti in maniera automatica e in tempo reale. Nondimeno, elemento che interessa in maniera particolare l’ingegnere clinico, proprio l’analisi dei dati e delle informazioni sul funzionamento degli strumenti connessi tra loro permette di attuare una “manutenzione predittiva”. Si tratta della capacità di immaginare in anticipo quando e dove si manifesterà un problema, evitando o minimizzando il rischio che la macchina si blocchi e, quindi, le conseguenze che andrebbero a colpire i pazienti.

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Non mancano le criticità legate a questa digitalizzazione ed informatizzazione di device sempre più interconnessi: si parla, da un lato, dei rischi connessi alla natura stessa di queste reti (che possono essere “bucate” o finire sotto attacco informatico), dall’altro della gestione dei dati sensibili che esse registrano. La questione, provando a semplificare, è quella della cyber security in ambito sanitario, oggi molto studiata anche in ambito accademico e al centro di molti convegni di settore.

Software medicali: gli strumenti del futuro

Come abbiamo visto riassumendo (almeno) 5 buone ragioni per cui un software gestionale può rappresentare una svolta positiva nell’attività di un poliambulatorio, la tecnologia informatica si sta sviluppando anche nell’ambito della gestione e del management della Sanità. Sebbene il passaggio, soprattutto nelle strutture più grandi, sia lento, i miglioramenti concreti nell’attività sanitaria che, ricordiamolo, pone sempre al centro la cura del paziente, sono tali per cui i software medicali e gestionali si stanno diffondendo.

Questo è un altro degli ambiti nei quali è proprio l’ingegnere clinico a ritagliarsi uno spazio di rilievo: grazie alle competenze acquisite nel settore dell’informatica, infatti, sarà naturale che sia lui a rendere i software operativi e ad occuparsi della manutenzione. È proprio in questa attività che si intravede anche in Italia la realizzazione di quella che, negli Stati Uniti, viene definita come convergenza tra l’ingegneria clinica e l’ICT, un scambio di competenze che porta le Information and Communications Technologies direttamente all’interno di ospedali, ambulatori e cliniche dove possono essere concretamente utili per chi soffre di una qualche patologia ne ha effettivamente bisogno.

 

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